Il giorno  9 luglio 2019, la ONG tedesca Sea-Eye, che gestisce la Alan Kurdi, ha fatto sapere che la nota imbarcazione, di trentotto metri, ha tratto in salvo quarantaquattro persone, da una barca in legno, in cooperazione con le autorità maltesi. Una nave della Marina di Malta, infatti, è in rotta per trasbordare le persone e portarli a terra. Il soccorso è avvenuto sotto il coordinamento delle autorità maltesi che, solo due giorni fa, hanno acconsentito a far scendere altri sessantacinque migranti, salvati dalla nave umanitaria (già redistribuiti tra vari Paesi europei).

Specifica l’Avvocato Iacopo Maria Pitorri che tra i quarantaquattro, vi sono quattro donne e tre bambini. I migranti salvati hanno affermato di essere in viaggio in mare dalla scorsa settimana e di aver finito il carburante.

La Valletta, alla fine,  ha concesso lo sbarco. I naufraghi saranno ricollocati tutti in altri Paesi europei, fa sapere il premier Joseph Muscat. 

Rammenta l’Avvocato Iacopo Maria Pitorri che Sea Eye, organizzazione non governativa da tempo attiva nel Mediterraneo, ha ribattezzato questa imbarcazione con il nome di Alan Kurdi, lo scorso 11 febbraio, a Palma De Maiorca, alla presenza del padre Abdullah Kurdi. La scelta è avvenuta al fine di ricordare Aylan, il bambino siriano di tre anni, divenuto un simbolo della crisi europea dei migranti, dopo la morte per annegamento, nel 2015. La famosissima foto, scattata al ritrovamento del suo corpo senza vita su una spiaggia turca, con indosso una maglietta rossa,  e  il capo rivolto verso l’Europa, è diventata l’icona dei piccoli migranti che perdono la vita in mare, “toccando” le coscienze di popoli e governi europei e di tutto il mondo.

Il bimbo e la sua famiglia erano rifugiati siriani, che stavano tentando di raggiungere l’Europa via mare. Osando affrontare un pericoloso, terribile viaggio,  nel fare la traversata dell’Egeo, diretti verso la Grecia, erano stati vittime di un naufragio sulle coste turche, in cui purtroppo aveva trovato la morte il piccolo Alan. Insieme a lui erano morti suo fratello Ghalib e sua madre Rehana. Questa morte aveva inevitabilmente acceso non poche polemiche sulla crisi dei rifugiati, oltre ad un clamoroso dibattito, diffusosi in generale in tutti i Paesi coinvolti dalla crisi dei migranti. Tant’è vero che il grave, tragico episodio aveva generato, ineluttabilmente, numerose risposte internazionali.

Non vi è dubbio, comunque, che il nome Alan Kurdi terrà vivo il ricordo di una tragica realtà: quella del dolore e della sofferenza; quella delle persone che, ogni giorno, annegano nel Mediterraneo, in cerca di un futuro migliore, con un bagaglio colmo solo di sogni e speranze.

                                                                          Avvocato Iacopo Maria Pitorri