Il franco CFA è la valuta utilizzata da quattordici paesi africani, che costituisce, in parte, la zona franco. In origine, nel 1945, significava “Franco delle Colonie Francesi d’Africa” (abbreviato FCFA). Oggi è diventato acronimo di “Comunità Finanziaria Africana”, rapportata, a far data dal 1999 alla moneta unica europea. Basti pensare che 1 euro corrisponde a ben 656 CFA.

 Si parla di 11 miliardi di euro investiti in titoli di stato francesi, a garanzia del cambio monetario.

La zona monetaria Franco CFA è costituita da tre zone governate da altrettante banche centrali. Una è il Cemac (che include Congo, Gabon, Camerun, Guinea Equatoriale, Ciad e Repubblica Centroafricana). Tra il 1974 e il 2014 hanno registrato inflazioni medie annue piuttosto contenute. L’altra zona, Uemoa (formata da Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Burkina Faso, Benin, Niger, Togo e Guinea-Bissau) ha registrato aumenti dei prezzi medi annui inferiori. La terza zona a Franco CFA è quella delle Isole Comore, che mantengono una loro banca centrale.

Sempre tra il 1974 e il 2014 altri Paesi subsahariani – non aderenti all’area monetaria del Franco CFA (ma che, in alcuni casi, scelgono di agganciarsi al dollaro) –  hanno avuto medie d’inflazione annua più elevate. Per citare degli esempi: l’Etiopia l’11,2%, il Kenya il 13,7%, la Nigeria il 17,6%, l’Uganda il 22%, il Ghana il 31,9%. Ne deriva che avere una valuta stabile – di fatto agganciata alla politica monetaria della Bce (Banca centrale europea) – tende a mantenere più basso di quello che potrebbe essere l’aumento generale dei prezzi.

Dal 1974 al 2014, i Paesi con Franco CFA hanno registrato crescite del Pil (Prodotto Interno Lordo) un po’ più basse di chi non faceva parte dell’area monetaria.

Non vi è dubbio che il Franco CFA permette ai Paesi che lo usano una maggiore stabilitàgarantita dal collegamento diretto con l’area monetaria dell’Euro, anche se si verifica una minore crescita economica. Va precisato, tuttavia, che nella valutazione dei tassi d’inflazione e di crescita debbono essere considerate diverse varianti, oltre alla valuta. In altri termini: chi non usa il Franco CFA deve impegnarsi non poco per far sì che la sua moneta acquisisca una certa stabilità, atteso che non ha la garanzia implicita della Banca centrale europea. Al contrario, chi usa il Franco CFA deve sopperire a una minore capacità di agire sul valore della sua moneta sui mercati internazionali, con politiche a favore della crescita di altro genere.

Si ritiene che vi è anche una influenza della Francia sulle sue ex colonie, sia sulla politica monetaria che nei rapporti commerciali, nonché una sorta di diritto di prelazione ai prodotti francesi, fino alle condizioni di favore di cui godono le multinazionali francesi: Bolloré, nei settori dei trasporti e delle logistica; Bouygues, nel settore delle costruzioni; le aziende pubbliche Cogema, Areva e Orano, nel settore dell’uranio ed Elf Aquitaine e Total in quello petrolifero.

L’adesione è volontaria: nessuno impedisce a questi paesi di mantenere il cambio con l’euro, rivolgendosi direttamente alla Bce (che, verosimilmente, potrebbe investire sui titoli dell’area euro e non solo francesi). Se non sempre viene fatto è perché  si ritiene di utilizzare i buoni uffici della Francia. I paesi coinvolti, però, potrebbero in qualunque momento decidere di uscire dal Franco CFA e tornare alla moneta locale. Ovviamente da non sottovalutare è il fatto che i governi che aderiscono all’area faticherebbero ad avere una loro banca centrale, con una politica monetaria in grado di convincere il mercato internazionale dei cambi. Dal 2014 al 2018 dalle aree CFA è giunto sulle nostre coste il 15% dei migranti, dal resto dell’Africa il 43%.

Avvocato Iacopo Pitorri