La questione migratoria che l’Europa sta attualmente affrontando si è andata ormai sempre più sviluppando da diversi anni. Le difficoltà degli Stati membri di far fronte ai flussi, dividendosi e ricorrendo a risposte unilaterali piuttosto che cercare una risposta comune, ha comportato un aggravarsi della situazione dal 2015, anno in cui i flussi diretti verso l’Europa raggiunto il loro apice.

La questione migratoria che l’Europa sta attualmente affrontando si è andata ormai sempre più sviluppando da diversi anni.. Le difficoltà degli Stati membri di far fronte ai flussi, dividendosi e ricorrendo a risposte unilaterali piuttosto che cercare una risposta comune, ha comportato un aggravarsi della situazione dal 2015, anno in cui i flussi diretti verso l’Europa raggiunto il loro apice.

 Si ritiene che vi siano alcuni limiti che caratterizzano gli strumenti di cui l’Unione si è dotata in ambito migratorio. Uno di questi è costituito dal  Regolamento di Dublino. Più specificamente si tratta di un trattato internazionale multilaterale in tema di diritto di asilo, che verte sul principio secondo cui lo Stato che permette l’ingresso di un richiedente asilo nel suo territorio è responsabile dell’esame della sua richiesta. Oltre ciò, qualora si verifichino movimenti secondari verso un altro Stato membro, la convenzione prevede il trasferimento di questi individui al Paese di primo ingresso.

Ciò, tuttavia, ha fatto sì che il peso dei flussi migratori continuasse a gravare su pochi Paesi che, per una mera questione geografica, si sono trovati soli a gestire l’elevato numero di arrivi. Basti pensare che nel 2014 cinque stati membri hanno gestito il 72% delle richieste d’asilo in Europa. L’Unione europea, di fronte agli evidenti limiti dei propri strumenti, all’impossibilità di trovare una risposta comune basata sul principio di solidarietà e alle conseguenze che questa situazione ha avuto da subito  sull’opinione pubblica,  ha cominciato a percepire l’immigrazione come un problema per l’Ue. Per tale ragione ha iniziato a guardare a Stati terzi, nel tentativo di muoversi verso un processo di esternalizzazione del fenomeno migratorio. Nel 2015 l’Unione europea ha compreso l’importanza di trovare una soluzione per limitare i flussi diretti verso il suo territorio. L’UE   ha promosso una nuova strategia incentrata sull’azione esterna, basata su un approccio tra sviluppo e controllo delle frontiere. La prima azione posta in essere dall’Unione Europea per risolvere il problema (vale a dire bloccare i flussi migratori, per prevenire il subentrare della responsabilità nei confronti dei migranti), si è manifestata nell’accordo tra la stessa e la Turchia, nel 2016. L’accordo è stato presentato dalla Commissione e dal Consiglio europeo come un importante strumento, voluto per arginare le difficoltà del momento che l’Unione si è trovata ad affrontare nel ricorrere a strumenti di emergenza per farvi fronte. Ha, ovviamente, suscitato non poche critiche, soprattutto inerenti le condizioni dei richiedenti asilo in Turchia, inclusa la possibile violazione del principio di non respingimento, ossia l’impossibilità di espellere individui aventi diritto allo status di rifugiato, così come sancito nella Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1954. Risultato: l’accordo con la Turchia ha portato a una forte riduzione dei flussi.

La Commissione, preso atto del successo dell’accordo Ue-Turchia, ha deciso di istituzionalizzarne il modello. Ha, pertanto, presentato il Migration Partnership Framework (Mpf), ottenendo l’appoggio del Consiglio europeo, riunitosi in un vertice informale il 28 giugno 2016. Tra gli obiettivi primari vi ha assunto particolare rilievo quello di salvare il maggior numero possibile di vite nel Mediterraneo e di incrementare il numero dei rimpatri verso i paesi di origine e transito. Oltre ciò, vi è stata  la volontà di affrontare le cause scatenanti dei fenomeni migratori, lavorando sul miglioramento delle condizioni nei Paesi di origine.

Sotto il profilo della realizzazione, tuttavia, sono stati sollevati molti dubbi. Ciò perché il MPF dovrebbe essere regolato dall’articolo 21 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Euroepa (Tfue), il quale sancisce l’importanza che l’azione dell’Unione dal punto di vista internazionale   venga perseguita secondo i principi che ne hanno ispirato la creazione (tra cui la protezione dei diritti fondamentali). Nel documento, infatti, la Commissione ha evidenziato come nessun’area di azione dell’Unione avrebbe dovuto essere esentata da questo approccio, al fine di dare massima rilevanza alla cooperazione in ambito migratorio. Quella che si viene a verificare oggi, quindi, altro non è che la normalizzazione di un’azione dell’Unione Europea presentata come necessaria per fronteggiare una situazione emergenziale già da diversi anni.

Il MPF rappresenta un capovolgimento per l’azione esterna dell’Ue:  precedentemente volta ad utilizzare i fondi per far rispettare e rafforzare i diritti fondamentali nei Paesi partner; attualmente incentrata quasi esclusivamente sulla riduzione dei flussi.

Un cambiamento che può essere ricondotto all’impatto della crisi migratoria sull’Unione Europea.

La questione migratoria che l’Europa sta attualmente affrontando si è andata ormai sempre più sviluppando da diversi anni. Le difficoltà degli Stati membri di far fronte ai flussi, dividendosi e ricorrendo a risposte unilaterali piuttosto che cercare una risposta comune, ha comportato un aggravarsi della situazione dal 2015, anno in cui i flussi diretti verso l’Europa raggiunto il loro apice.

 Si ritiene che vi siano alcuni limiti che caratterizzano gli strumenti di cui l’Unione si è dotata in ambito migratorio. Uno di questi è costituito dal Regolamento di Dublino. Più specificamente si tratta di un trattato internazionale multilaterale in tema di diritto di asilo, che verte sul principio secondo cui lo Stato che permette l’ingresso di un richiedente asilo nel suo territorio è responsabile dell’esame della sua richiesta. Oltre ciò, qualora si verifichino movimenti secondari verso un altro Stato membro, la convenzione prevede il trasferimento di questi individui al Paese di primo ingresso.

Ciò, tuttavia, ha fatto sì che il peso dei flussi migratori continuasse a gravare su pochi Paesi che, per una mera questione geografica, si sono trovati soli a gestire l’elevato numero di arrivi. Basti pensare che nel 2014 cinque stati membri hanno gestito il 72% delle richieste d’asilo in Europa. L’Unione europea, di fronte agli evidenti limiti dei propri strumenti, all’impossibilità di trovare una risposta comune basata sul principio di solidarietà e alle conseguenze che questa situazione ha avuto da subito  sull’opinione pubblica,  ha cominciato a percepire l’immigrazione come un problema per l’Ue. Per tale ragione ha iniziato a guardare a Stati terzi, nel tentativo di muoversi verso un processo di esternalizzazione del fenomeno migratorio. Nel 2015 l’Unione europea ha compreso l’importanza di trovare una soluzione per limitare i flussi diretti verso il suo territorio. L’UE   ha promosso una nuova strategia incentrata sull’azione esterna, basata su un approccio tra sviluppo e controllo delle frontiere. La prima azione posta in essere dall’Unione Europea per risolvere il problema (vale a dire bloccare i flussi migratori, per prevenire il subentrare della responsabilità nei confronti dei migranti), si è manifestata nell’accordo tra la stessa e la Turchia, nel 2016. L’accordo è stato presentato dalla Commissione e dal Consiglio europeo come un importante strumento, voluto per arginare le difficoltà del momento che l’Unione si è trovata ad affrontare nel ricorrere a strumenti di emergenza per farvi fronte. Ha, ovviamente, suscitato non poche critiche, soprattutto inerenti alle condizioni dei richiedenti asilo in Turchia, inclusa la possibile violazione del principio di non respingimento, ossia l’impossibilità di espellere individui aventi diritto allo status di rifugiato, così come sancito nella Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1954. Risultato: l’accordo con la Turchia ha portato a una forte riduzione dei flussi.

La Commissione, preso atto del successo dell’accordo Ue-Turchia, ha deciso di istituzionalizzarne il modello. Ha, pertanto, presentato il Migration Partnership Framework (Mpf), ottenendo l’appoggio del Consiglio europeo, riunitosi in un vertice informale il 28 giugno 2016. Tra gli obiettivi primari vi ha assunto particolare rilievo quello di salvare il maggior numero possibile di vite nel Mediterraneo e di incrementare il numero dei rimpatri verso i paesi di origine e transito. Oltre ciò, vi è stata la volontà di affrontare le cause scatenanti dei fenomeni migratori, lavorando sul miglioramento delle condizioni nei Paesi di origine.

Sotto il profilo della realizzazione, tuttavia, sono stati sollevati molti dubbi. Ciò perché il MPF dovrebbe essere regolato dall’articolo 21 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Euroepa (Tfue), il quale sancisce l’importanza che l’azione dell’Unione dal punto di vista internazionale   venga perseguita secondo i principi che ne hanno ispirato la creazione (tra cui la protezione dei diritti fondamentali). Nel documento, infatti, la Commissione ha evidenziato come nessun’area di azione dell’Unione avrebbe dovuto essere esentata da questo approccio, al fine di dare massima rilevanza alla cooperazione in ambito migratorio. Quella che si viene a verificare oggi, quindi, altro non è che la normalizzazione di un’azione dell’Unione Europea presentata come necessaria per fronteggiare una situazione emergenziale già da diversi anni.

Il MPF rappresenta un capovolgimento per l’azione esterna dell’Ue: precedentemente volta ad utilizzare i fondi per far rispettare e rafforzare i diritti fondamentali nei Paesi partner; attualmente incentrata quasi esclusivamente sulla riduzione dei flussi.

Un cambiamento che può essere ricondotto all’impatto della crisi migratoria sull’Unione Europea.

Avv. Iacopo Maria Pitorri