Nonostante si trovi in emergenza umanitaria, lo Yemen apre le porte a chi cerca un futuro migliore. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi crede che basti chiudere i confini di casa per arrestare un fenomeno globale. 

Nonostante si trovi in emergenza umanitaria, lo Yemen apre le porte a chi cerca un futuro migliore. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi crede che basti chiudere i confini di casa per arrestare un fenomeno globale. 

Eppure, quando si pensa allo Yemen, non possiamo che far riferimento alla catastrofe umanitaria, in cui questo Stato poverissimo è precipitato con il colpo di stato.

 Otto bambini che ogni giorno vengono uccisi o feriti nelle  zone del Paese in cui il conflitto è attivo, i quattordici milioni di persone sull’orlo della carestia, le dodicimila vittime e di oltre tre milioni di sfollati. Per non parlare del triste fenomeno delle spose bambine, cioè delle piccole date in sposa in cambio di cibo per la famiglia.

Ulteriormente si pensa ad una guerra – quella tra l’Iran e l’Arabia saudita – di cui il Medio Oriente, e non solo, offre diversi, tragici esempi. Si tratta di un conflitto che si è internazionalizzato, per cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha varato una risoluzione (dai toni duri ed aspri), la n. 2216 del 2015, approvata con quattordici voti a favore e l’astensione della Russia,  per poi decidere la nomina di un inviato speciale nella persona di Ismail Ould Cheikh Ahmed  – prima –  e Martin Griffiths – poi –  con l’incarico di cercare un riavvicinamento tra le parti, con l’auspicio di promuovere un negoziato di pace.

Si susseguono  notizie inquietanti. Ebbene, in questo contesto  così difficile  si sta verificando, come detto all’inizio, un incredibile fenomeno: lo Yemen continua a essere terra di approdo di molti migranti che fuggono dal Corno d’Africa per fame, violenza, soprusi intollerabili e lo è in maniera consistente e crescente. Si tratta infatti di un flusso che  si è andato incrementando da quando è iniziata la guerra passando, secondo le ultime stime, dalle centomila unità nel 2017 alle centocinquantamila nel 2018.

Secondo l’OIM (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, fondata nel 1951, che si occupa di migrazioni), cui si devono queste indicazioni, le ragioni di questo fenomeno sono diverse e vanno riscontrate nella economicità del trasporto realizzato dai trafficanti,  nella possibilità del pagamento del trasporto all’arrivo in Yemen (dove restano sotto stretto controllo fino a quando non hanno cancellato il loro debito), fino alla relativamente breve durata del viaggio, tra le 18 e le 24 ore, passando dalla prospettiva di entrare in Arabia Saudita o in una delle altre monarchie del Golfo. L’area di partenza è quella di Bosaso, in Somalia, mentre la zona di sbarco che era a Mocha, sulla costa occidentale dello Yemen fino allo scoppio della guerra, si è spostata nel versante desertico orientale presso governatorati dove i migranti possono contare su una radicata tradizione tribale di accoglienza.

Questi migranti, fondamentalmente, sono somali ed etiopi, con la particolarità che col tempo sono andati palesemente diminuendo i somali – che a mano a mano hanno mostrato di preferire le rotte verso l’Europa – mentre sono aumentati altrettanto consistentemente gli etiopi, che si stimano intorno al 90% del totale. Questi migranti restano qualche tempo in Yemen, per poi tentare di entrare in Arabia Saudita, ciò che è tutt’altro che agevole da quando l’intero confine stato militarizzato. Chi trova qualche lavoro deve accettare condizioni salariali misere,  nei settori delle costruzioni e dell’agricoltura.

Gli altri si affidano all’assistenza umanitaria assicurata da Organizzazioni non governative internazionali, nei campi per i rifugiati, che non sono neanche in condizioni di ricevere un flusso così consistente e, soprattutto, di sfamarlo.

Nonostante le difficoltà e le violenze in cui incorrono queste persone, il flusso migratorio continua, anzi, aumenta, a testimonianza della disperazione in cui versano e della volontà di trovare un futuro migliore. In queste condizioni, è evidente che i diritti umani di questi migranti siano una utopia.

Quando si parla di Yemen  si accenna anche  al disastro umanitario di quella popolazione a causa della guerra e della violenza che ne attraversano il territorio.

Tutto ciò offre spunti di riflessione sul fenomeno migratorio che investe l’Africa.

Nonostante si trovi in emergenza umanitaria, lo Yemen apre le porte a chi cerca un futuro migliore. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi crede che basti chiudere i confini di casa per arrestare un fenomeno globale. 

Eppure, quando si pensa allo Yemen, non possiamo che far riferimento alla catastrofe umanitaria, in cui questo Stato poverissimo è precipitato con il colpo di stato.

 Otto bambini che ogni giorno vengono uccisi o feriti nelle zone del Paese in cui il conflitto è attivo, i quattordici milioni di persone sull’orlo della carestia, le dodicimila vittime e di oltre tre milioni di sfollati. Per non parlare del triste fenomeno delle spose bambine, cioè delle piccole date in sposa in cambio di cibo per la famiglia.

Ulteriormente si pensa ad una guerra – quella tra l’Iran e l’Arabia Saudita – di cui il Medio Oriente, e non solo, offre diversi, tragici esempi. Si tratta di un conflitto che si è internazionalizzato, per cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha varato una risoluzione (dai toni duri ed aspri), la n. 2216 del 2015, approvata con quattordici voti a favore e l’astensione della Russia, per poi decidere la nomina di un inviato speciale nella persona di Ismail Ould Cheikh Ahmed  – prima –  e Martin Griffiths – poi –  con l’incarico di cercare un riavvicinamento tra le parti, con l’auspicio di promuovere un negoziato di pace.

Si susseguono notizie inquietanti. Ebbene, in questo contesto così difficile si sta verificando, come detto all’inizio, un incredibile fenomeno: lo Yemen continua a essere terra di approdo di molti migranti che fuggono dal Corno d’Africa per fame, violenza, soprusi intollerabili e lo è in maniera consistente e crescente. Si tratta infatti di un flusso che si è andato incrementando da quando è iniziata la guerra passando, secondo le ultime stime, dalle centomila unità nel 2017 alle centocinquantamila nel 2018.

Secondo l’OIM (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, fondata nel 1951, che si occupa di migrazioni), cui si devono queste indicazioni, le ragioni di questo fenomeno sono diverse e vanno riscontrate nella economicità del trasporto realizzato dai trafficanti,  nella possibilità del pagamento del trasporto all’arrivo in Yemen (dove restano sotto stretto controllo fino a quando non hanno cancellato il loro debito), fino alla relativamente breve durata del viaggio, tra le 18 e le 24 ore, passando dalla prospettiva di entrare in Arabia Saudita o in una delle altre monarchie del Golfo. L’area di partenza è quella di Bosaso, in Somalia, mentre la zona di sbarco che era a Mocha, sulla costa occidentale dello Yemen fino allo scoppio della guerra, si è spostata nel versante desertico orientale presso governatorati dove i migranti possono contare su una radicata tradizione tribale di accoglienza.

Questi migranti, fondamentalmente, sono somali ed etiopi, con la particolarità che col tempo sono andati palesemente diminuendo i somali – che a mano a mano hanno mostrato di preferire le rotte verso l’Europa – mentre sono aumentati altrettanto consistentemente gli etiopi, che si stimano intorno al 90% del totale. Questi migranti restano qualche tempo in Yemen, per poi tentare di entrare in Arabia Saudita, ciò che è tutt’altro che agevole da quando l’intero confine stato militarizzato. Chi trova qualche lavoro deve accettare condizioni salariali misere, nei settori delle costruzioni e dell’agricoltura.

Gli altri si affidano all’assistenza umanitaria assicurata da Organizzazioni non governative internazionali, nei campi per i rifugiati, che non sono neanche in condizioni di ricevere un flusso così consistente e, soprattutto, di sfamarlo.

Nonostante le difficoltà e le violenze in cui incorrono queste persone, il flusso migratorio continua, anzi, aumenta, a testimonianza della disperazione in cui versano e della volontà di trovare un futuro migliore. In queste condizioni, è evidente che i diritti umani di questi migranti siano una utopia.

Quando si parla di Yemen si accenna anche al disastro umanitario di quella popolazione a causa della guerra e della violenza che ne attraversano il territorio.

Tutto ciò offre spunti di riflessione sul fenomeno migratorio che investe l’Africa.

Avv. Iacopo Maria Pitorri