In Lombardia, la Corte d’Appello di Brescia ha confermato la sentenza del 2016 relativa ad una vicenda del 2015, condannando i Comuni di Rovato e Pontoglio.

L’esito di primo grado era giunto a seguito di un ricorso presentato dall’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) e da una Fondazione per i diritti dell’uomo (sostenuta dalla Cgil di Brescia).

Più segnatamente, le pratiche relative ai certificati da rilasciare ai migranti, avevano avuto un rincaro del 600% in “diritti di segreteria”, arrivando perfino ad un aumento del 624% nel Comune di Rovato.

Nello statuire di aumentare in modo così sproporzionato il costo del rilascio del certificato di idoneità alloggiativa, indispensabile per gli stranieri, essenzialmente, per le pratiche di ricongiungimento familiare e per i permessi di soggiorno, é inconfutabile pensare che sia stata posta in essere una sorta di discriminazione indiretta nei confronti degli immigrati residenti in quei territori.

Ad avviso della prima sezione civile della Corte d’Appello bresciana, invero, le delibere con cui le due amministrazioni comunali hanno aumentato i costi dei certificati, “apparentemente neutre, hanno l’effetto di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio in condizioni di parità dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei cittadini“.

La Corte ha altresì precisato che pur considerando che quei certificati di idoneità “alloggiativa” sono richiesti in alcuni casi anche agli italiani, “l’interesse prevalente al rilascio è sussistente in capo agli stranieri“. Ed è di “immediata evidenza – precisa la sentenza – che l’importo del diritto di segreteria richiesto per l’ottenimento del certificato di idoneità alloggiativa“, che è solo uno dei passaggi per ottenere, ad esempio, il ricongiungimento familiare, “non deve avere né lo scopo ma neppure l’effetto di creare un ostacolo al conseguimento dello status richiesto“.

Tra l’altro già in primo grado il Tribunale aveva ordinato ai Comuni coinvolti di “ripristinare l’importo precedente”, nonché di restituire agli stranieri che avevano richiesto i certificati quel quid che avevano pagato in più, a causa di una maggiorazione dei costi per i “diritti di segreteria”.

Alla luce del caso narrato, si auspica, pertanto, che la pronuncia della Corte di Appello lombarda possa essere da esempio per porre fine ad un uso inopportuno e distorto dell’azione amministrativa.

Avvocato Jacopo Pitorri