Quando, di recente, la Sea Watch, è entrata nel porto di Siracusa, a bordo vi erano tredici minori, di cui otto non accompagnati.

Il Viminale ritiene che è estremamente difficile stabilire se si tratti realmente di minori o peno, posto che, come accade per quasi tutti i migranti, si tratta di persone prive di documenti. Per accertare l’età – qualora ci fossero dubbi – è necessaria una équipe formata da interpreti, pediatri, neuropsichiatri, radiologi, psicologi. I costi da sostenere sono alti, il personale scarseggia. Risultato: permane l’alto rischio di mandare adulti tra i ragazzini. Tanto è vero che, negli ultimi 3 anni, in 45.159, approdati sulle coste italiane e non accompagnati, si sono autodichiarati minorenni, a fronte del numero di minori accertato di 36.878.

Al di là del fatto che in 20.862 hanno compiuto i 18 anni, per gli altri le Autorità hanno segnalato la fuga dai centri di accoglienza di 5.229 ragazzini e ragazzine, che sono tuttora irreperibili. La maggior parte di loro è di nazionalità eritrea, egiziana, o afgana. Verosimilmente la lungaggine e la complessità delle procedure di ricongiungimento familiare possono aver spinto questi migranti ad allontanarsi per ritrovare in autonomia i familiari. Addirittura, dai media si è appreso che alcuni sono deceduti durante il viaggio verso il confine. Altri, spinti dalla necessità di procurarsi velocemente denaro necessario a proseguire il viaggio, presumibilmente sono finiti nel giro dello spaccio e/o  in quello della prostituzione.

Al fine di ovviare a tante problematiche, va specificato che a far data dal 6 maggio 2017 in Italia è in vigore la legge Zampa, una delle migliori normative al mondo in fatto di tutela: il “minore solo”, anche se migrante, è equiparato a quello italiano privo di genitori. Ciò vuol dire che deve essere dato in affido, o accolto in una casa-famiglia, oppure in centri dedicati in grado di garantire la sua crescita e l’inserimento sociale, con l’affiancamento costante di un tutore.

Eppure, non sempre è così.

Ben 10.787 minori non accompagnati risultano censiti al 31 dicembre 2018. Pur dovendo essere tutti tutelati, però, non è dato sapere, ad oggi, dove siano stati collocati 869 di loro. Soltanto 461 sono stati dati in affido, soprattutto a parenti e connazionali. Nonostante sia la soluzione migliore (sia per il benessere del bambino che per i costi contenuti), i numeri restano bassi.

3.032 minori sono nei centri di prima accoglienza, dove vengono ospitati subito dopo lo sbarco. In queste strutture accreditate dai Comuni e Regioni è previsto un tempo massimo di permanenza di trenta giorni, atteso che è elevato il rischio di essere adescati dalla criminalità con la promessa di soldi facili. In realtà i tempi sono più lunghi: si arriva anche fino a nove mesi. I minori dovrebbero essere collocati nei centri presenti in tutte le regioni, ma di fatto ben 1.748 minori sono concentrati in Sicilia, dove la normativa consente la deroga agli standard previsti: dal numero massimo di minori per struttura, a quello minimo di operatori dedicati. Poi un centinaio si trovano nei centri di accoglienza straordinaria (CAS), autorizzati dai prefetti solo per le situazioni di massima emergenza.

Il 27 marzo scorso è scaduto il finanziamento del Ministero dell’Interno a settanta Centri di prima accoglienza. Ne rimarranno aperti sette in Sicilia e solo uno in Molise. I minori che oggi stanno nei Centri di prima accoglienza saranno trasferiti nelle strutture di seconda accoglienza (dove viene insegnato l’italiano, e garantito il percorso di crescita e integrazione).

La seconda accoglienza riguarda gli SPRAR (il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Oggi ospitano 3.087 minori, al costo di ottanta/cento euro al giorno per ciascuno (stanziati dal Fondo asilo migrazione e integrazione del Ministero dell’Interno). Lo scorso 24 gennaio il Viminale ha annunciato che incrementerà la disponibilità di posti di 400 unità. Poiché, tuttavia, i minori da trasferire superano i 3.000, probabilmente i ragazzini rimarranno in Sicilia.

Sul totale dei minori non accompagnati, 3.338 stanno nelle case-famiglia allestite su base volontaria dai Comuni, ma sempre più sindaci si rifiutano di accoglierne altri, anche per motivi economici: il rimborso che ricevono è di quarantacinque euro al giorno pro capite, a fronte di spese doppie.

Per legge ciascun minore deve avere un tutore, e ogni tutore può occuparsi di tre minori. I cittadini che hanno dato la disponibilità ad assumere l’incarico a titolo volontario sono 5.501, ma quelli effettivamente nominati dai Tribunali dei minorenni oggi sono decisamente in numero inferiore. 

Ulteriormente, va sottolineato che con il Decreto Sicurezza, i 6.492 minori che diventeranno maggiorenni nel 2019, perderanno la protezione umanitaria.  Prima della sua entrata in vigore, i minorenni che presentavano domanda di asilo, se non fossero sussistiti i presupposti per la protezione internazionale, considerata la particolare condizione di vulnerabilità, sarebbero potuti accedere alla protezione umanitaria. Ora che il decreto l’ha abolita, i minori che hanno fatto richiesta di asilo, e si vedranno notificare il diniego a ridosso della maggiore età, o a 18 anni compiuti, diventeranno irregolari. Per rimpatriarli non ci sono gli strumenti.

Avv. Iacopo Pitorri