Vi è un fondamento estremamente rilevante, di cui tener conto: ad eccezione dei paesi colpiti dalle guerre, i circa cento milioni di migranti che, nel mondo, si sono spostati negli ultimi 25 anni, provengono dalla classe media. Chi può, quindi, salire sulle imbarcazioni (per quanto “di fortuna”), ed allontanarsi dalla drammatica realtà in cui vive, per un futuro migliore, affrontando un pericoloso, lungo viaggio in mare, verosimilmente non è povero, in senso stretto.

La maggiore preoccupazione dell’Europa sussiste in relazione all’Africa. I dati elaborati dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) per Dataroom, che recentemente l’Avvocato Iacopo Maria Pitorri ha avuto modo di analizzare, delineano un quadro abbastanza chiaro. Negli ultimi sei anni, su un milione e ottantacinquemila migranti africani sbarcati in Europa, il 60% proviene da Paesi con un reddito pro capite tra mille e quattromila dollari l’anno (considerato medio-basso dalla Banca mondiale per il continente africano). Il 29% tra i quattro e i dodicimila dollari, ossia medio-alto; il 7% da Paesi dove c’è un reddito alto (sopra i dodicimila dollari) e solo il 5% dai Paesi poverissimi (sotto i mille dollari).

In Italia questa percentuale scende addirittura all’1%. Nello stesso periodo, invero, su 311.000 arrivi di immigrati africani il 65% proviene da Paesi con un reddito medio-basso, il 33% medio-alto.Nel nostro Paese, il numero più alto di arrivi (87.225) è dalla Nigeria, dove il reddito pro capite è di 5.473 dollari l’anno; dal Senegal (30.280 partenze), il reddito medio è di 2.781 dollari; dalla Costa d’Avorio (22.240) e il reddito 2.880 dollari. Al di là della posizione geografica (senza, ovviamente, considerare i paesi con conflitti in corso), più il reddito è basso, minori sono le partenze. Dal Burundi (reddito 742 dollari), ne sono arrivati 30; dalla Repubblica Centrafricana (731 dollari) 165; dal Niger (reddito di 870 dollari) 1.135 arrivi. I flussi tendono a fermarsi quando il reddito medio supera i 12 mila dollari, ed è il caso del Sud Africa, Botswana e Guinea Equatoriale.

“Guardando dall’altra parte del mondo”,, rileva l’Avvocato Pitorri, rileviamo che un numero esorbitante di arresti e schieramenti permanenti di polizia, lungo il confine, non hanno impedito ai messicani, negli ultimi venti anni, di continuare inesorabilmente ad attraversare la frontiera con gli Usa. Nel 1995 il reddito medio pro capite di chi ha tentato l’espatrio era di 3.829 dollari. Nello stesso periodo quasi nessuna partenza da Honduras e Salvador, dove il reddito era rispettivamente di 937 e 1.590 dollari. Non appena il reddito ha avuto un rialzo, tuttavia (più specificamente è più che raddoppiato nel 2018), si sono moltiplicate anche le partenze: 77.128 dall’Honduras, 31.636 dal Salvador. E, chiaramente, sono scese quelle dal Messico, dove la popolazione ha raggiunto un miglior tenore di vita.

Affrontando la tematica connessa alla globalizzazione, l’Avvocato  Pitorri fa emergere un aspetto di non poco conto: in virtù dei censimenti nazionali predisposti, in circa mezzo secolo, dal Center for Global Development di Washington, è emerso che la “grande migrazione” è una sorta di effetto collaterale della globalizzazione, che ha determinato il crollo della povertà assoluta. In altre parole, in virtù dell’apertura al commercio e alle comunicazioni internazionali, a costo zero, viaggiano sia le merci, che le persone. Il primo indicatore sono le esportazioni. Nel 1990 dall’Africa erano 127 miliardi di dollari, saliti a 539 nel 2017. Il reddito medio dei Paesi di partenza è passato da 3.300 dollari a 4.700 e il numero di africani in Europa da 4,5 milioni a 9,2 milioni. Oggi il 75% degli abitanti dell’Africa ha un cellulare (contro il 32% di dieci anni fa) e il 20% un collegamento a Internet (contro il 4% di dieci anni fa). Se ne deduce che affrontare un viaggio verso l’Italia, chiarisce l’Avv. Pitorri sulla base delle fonti fornite dalla Organizzazione mondiale delle migrazioni (Iom), arriva a costare fino a seimila dollari. Dallo stesso studio emerge che il 53% ha un lavoro nel Paese d’origine, solo il 32% è disoccupato e il 15% studente. Ciò posto, è probabile che nei prossimi due decenni dall’Africa verso l’Europa si sposteranno altri 3,4 milioni di persone. Alla luce di questo assunto, è, pertanto, opportuno, “fare i conti con la realtà dei fatti” e sviluppare  un’adeguata politica europea per poter far fronte al meglio, con consapevolezza e responsabilità,

Avvocato Iacopo Maria Pitorri