Nell’acquisire le notizie che ogni giorno forniscono i media, l’Avvocato Iacopo Maria Pitorri è rimasto colpito non poco dal racconto dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Il prelato, invero, ha dichiarato che “la predicazione di Jorge Mario Bergoglio sui migranti è strettamente collegata a quella dei suoi predecessori Karol Wojtyla e del Concilio Vaticano II, posto che è indiscutibilmente collegata alla sensibilità evangelica per i temi sociali”.

Il noto arcivescovo ha riportato alla memoria di tutti noi la fotografia di Giovanni Paolo II a Gorée, l’isolotto senegalese dove si trova la Casa degli schiavi. Nel 1992, infatti, durante l’ottavo dei suoi quattordici viaggi africani, il Pontefice polacco si è recato a Gorée, tra le sofferenze e gli spietati retaggi coloniali, delimitato da forti militari ed enormi boabab. Ha visto grandi ambienti bui, immense rocce per ammassare uomini, donne e bambini, portati qui dai mercanti schiavisti, da ogni terra e da ogni foresta africana, in attesa di essere caricati sulle navi per attraversare, purtroppo, l’oceano. Ebbene, da quest’isolotto, proprio guardando l’oceano, per circa sette minuti, Giovanni Paolo II ha fatto mea culpa davanti al Signore e agli uomini per i cristiani che, nei secoli passati, si sono macchiati del crimine enorme della tratta dei neri, rendendo omaggio alle vittime, senza nome, di questo scempio. Wojtyla ha fortemente condannato tutte le forme di moderne schiavitù, posto che anche nel ventesimo secolo si depreda il mondo dei poveri e ci sono, sfortunatamente, continue, nuove forme di schiavitù. Il pensiero del Santo Padre polacco non lo dimenticheremo mai: “Uomini, donne e bambini sono stati condotti in questo piccolo luogo, strappati dalla loro terra, separati dai loro congiunti, per esservi venduti come mercanzia. Essi venivano da tutti i Paesi e, in catene, partivano verso altri cieli, conservando come ultima immagine dell’Africa natia la massa della roccia basaltica di Gorée. Si può dire che quest’isola rimane nella memoria e nel cuore di tutta la diaspora nera”. E ancora: “Quegli uomini, quelle donne, quei bambini sono stati vittime di un vergognoso commercio, cui hanno preso parte persone battezzate, ma che non hanno vissuto la loro fede. Occorre che si confessi in tutta verità e umiltà questo peccato dell’uomo contro l’uomo, questo peccato dell’uomo contro Dio. Da questo santuario africano del dolore nero, imploriamo il perdono del Cielo”.

Ebbene, Francesco è come Wojtyla nella pastorale dei migranti e porta avanti la tradizione dei Padri della Chiesa nella sensibilità del Magistero verso le ingiustizie sociali all’origine delle migrazioni.

Non vi è nessuna discontinuità, evidenzia l’Avvocato Pitorri, pertanto nel magistero sociale ed economico di Papa Francesco rispetto a chi lo ha preceduto. È forte la convinzione di voler restituire ai poveri il primato nella vita pastorale della Chiesa e una conferma di ciò la troviamo nella scelta prioritaria per i poveri manifestata dall’intero episcopato latino-americano.

Avvicinarsi ai poveri, quindi, consente alla Chiesa di portare avanti, costantemente, la sua testimonianza. E Papa Francesco, indubbiamente, affronta il suo cammino pastorale rispettando questi principi, giorno dopo giorno.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri