Perché partono? Cosa li spinge ad affrontare il mare – considerato l’ultima chimera -in condizioni disumane, rischiando spesso una morte orribile? Cosa si lasciano alle spalle, per ricostruirsi una vita in Europa? Dalle storie di immigrati e migranti emergono toccanti resoconti di viaggi della speranza. Viaggi spesso in balia di scafisti senza scrupoli, su gommoni e imbarcazioni di fortuna, lottando contro il mare per sottrarsi al destino di schiavi, prima, o di naufraghi clandestini, una volta imboccata la via della navigazione. Uomini, donne e bambini, costretti all’immigrazione per sfuggire a dittature, colpi di stato, violenze, gravi condizioni d’emergenza.

Perché partono? Cosa li spinge ad affrontare il mare – considerato l’ultima chimera -in condizioni disumane, rischiando spesso una morte orribile? Cosa si lasciano alle spalle, per ricostruirsi una vita in Europa? Dalle storie di immigrati e migranti emergono toccanti resoconti di viaggi della speranza. Viaggi spesso in balia di scafisti senza scrupoli, su gommoni e imbarcazioni di fortuna, lottando contro il mare per sottrarsi al destino di schiavi, prima, o di naufraghi clandestini, una volta imboccata la via della navigazione. Uomini, donne e bambini, costretti all’immigrazione per sfuggire a dittature, colpi di stato, violenze, gravi condizioni d’emergenza.

Ogni giorno i media ci descrivono  i tristi, dolorosi, strazianti racconti di questa gente, meno fortunata di noi. Scorgiamo i volti, percepiamo le emozioni e le agghiaccianti esperienze vissute, cogliamo le speranze di coloro che,  dalle coste nordafricane, dal medio oriente, da paesi come Siria, Sudan, Libano, Eritrea, Nigeria non hanno avuto altra scelta, se non quella, purtroppo, di abbandonare la propria realtà, emigrare confidando in solidarietà e accoglienza senza frontiere, lasciandosi alle spalle barbarie e crudeltà,  al di là di gruppi sociali, barriere linguistiche, bandiere nazionali o di qualsivoglia tipologia di differenza. Confidando nell’uomo, più di ogni altra cosa.

Non sempre, tuttavia, i sogni si realizzano o la aspettative trovano riscontro concreto nella realtà, pur avendo fatto il possibile per cambiare.

Prince Jerry Igbinosun, venticinque anni, originario della Nigeria, non ce l’ha fatta. Arrivato in Italia dopo due anni di viaggio, e con sé una laurea di biochimica, convinto del suo sogno, in cerca di una vita migliore, sicuro di riuscire a farsi riconoscere gli studi, dopo essere sopravvissuto alle enormi difficoltà del deserto, agli aguzzini libici ed alla difficoltosa traversata del Mediterraneo, ha deciso di affidarsi agli scafisti e tentare la strada del mare.

Per ben due anni e mezzo ha atteso il verdetto della Commissione, interpellata al fine di valutare la sua richiesta d’asilo. Ottimista, fiducioso, ostinato a raggiungere il suo scopo, non ha avuto difficoltà ad ambientarsi alla città che lo ospitava: Genova. Qui ha trovato accoglienza,  in un primo momento,  in un modesto appartamento del centro storico della cooperativa ‘Un’altra storia, della pastorale Migrantes dell’arcidiocesi. Successivamente si é stabilito al Campus di Coronata, poi a Multedo. Per un anno e mezzo ha svolto attività di volontario presso la Comunità di Sant’Egidio ed è anche riuscito a svolgere tre borse lavoro tra le quali una con lo ‘Staccapanni’ della fondazione Auxilium.

Un ragazzo ammirevole, certamente degno di esempio, che ha sempre avuto una buona parola ed un consiglio da dare al prossimo.

Essendo stato sempre certo di vedersi accettata larichiesta di asilo, si è sentito mancare in qualcosa di fondamentale dinanzi alla inaspettata notizia del diniego della sua domanda, giunto dalla Commissione.Verosimilmente avrebbe potuto fare ricorso, chiedere la protezione umanitaria, un permesso temporaneo che, nel suo specifico caso, si sarebbe potuto applicare posto che la legge non ha effetto retroattivo.

Ciò nonostante nulla di tutto questo è accaduto. La rappresentazione dell’epilogo si è avuta con un giovane, fragile corpo flagellato, finito sotto ad un treno, una vittima abbandonata al suo destino affranto, probabilmente l’ennesima, ma una delle tante. Qualche giorno fa, a Genova, nella basilica della Santissima Annunziata del Vastato – nel quartiere di Prè -l’ultimo saluto a Jerry: una vita spezzata, un sogno mai raggiunto, una speranza scomparsa per sempre.

Perché partono? Cosa li spinge ad affrontare il mare – considerato l’ultima chimera -in condizioni disumane, rischiando spesso una morte orribile? Cosa si lasciano alle spalle, per ricostruirsi una vita in Europa? Dalle storie di immigrati e migranti emergono toccanti resoconti di viaggi della speranza. Viaggi spesso in balia di scafisti senza scrupoli, su gommoni e imbarcazioni di fortuna, lottando contro il mare per sottrarsi al destino di schiavi, prima, o di naufraghi clandestini, una volta imboccata la via della navigazione. Uomini, donne e bambini, costretti all’immigrazione per sfuggire a dittature, colpi di stato, violenze, gravi condizioni d’emergenza.

Ogni giorno i media ci descrivono  i tristi, dolorosi, strazianti racconti di questa gente, meno fortunata di noi. Scorgiamo i volti, percepiamo le emozioni e le agghiaccianti esperienze vissute, cogliamo le speranze di coloro che,  dalle coste nordafricane, dal medio oriente, da paesi come Siria, Sudan, Libano, Eritrea, Nigeria non hanno avuto altra scelta, se non quella, purtroppo, di abbandonare la propria realtà, emigrare confidando in solidarietàaccoglienza senza frontiere, lasciandosi alle spalle barbarie e crudeltà,  al di là di gruppi sociali, barriere linguistiche, bandiere nazionali o di qualsivoglia tipologia di differenza. Confidando nell’uomo, più di ogni altra cosa.

Non sempre, tuttavia, i sogni si realizzano o la aspettative trovano riscontro concreto nella realtà, pur avendo fatto il possibile per cambiare.

Prince Jerry Igbinosun, venticinque anni, originario della Nigeria, non ce l’ha fatta. Arrivato in Italia dopo due anni di viaggio, e con sé una laurea di biochimica, convinto del suo sogno, in cerca di una vita migliore, sicuro di riuscire a farsi riconoscere gli studi, dopo essere sopravvissuto alle enormi difficoltà del deserto, agli aguzzini libici ed alla difficoltosa traversata del Mediterraneo, ha deciso di affidarsi agli scafisti e tentare la strada del mare.

Per ben due anni e mezzo ha atteso il verdetto della Commissione, interpellata al fine di valutare la sua richiesta d’asilo. Ottimista, fiducioso, ostinato a raggiungere il suo scopo, non ha avuto difficoltà ad ambientarsi alla città che lo ospitava: Genova. Qui ha trovato accoglienza,  in un primo momento,  in un modesto appartamento del centro storico della cooperativa ‘Un’altra storia, della pastorale Migrantes dell’arcidiocesi. Successivamente si é stabilito al Campus di Coronata, poi a Multedo. Per un anno e mezzo ha svolto attività di volontario presso la Comunità di Sant’Egidio ed è anche riuscito a svolgere tre borse lavoro tra le quali una con lo ‘Staccapanni’ della fondazione Auxilium.

Un ragazzo ammirevole, certamente degno di esempio, che ha sempre avuto una buona parola ed un consiglio da dare al prossimo.

Essendo stato sempre certo di vedersi accettata larichiesta di asilo, si è sentito mancare in qualcosa di fondamentale dinanzi alla inaspettata notizia del diniego della sua domanda, giunto dalla Commissione.

Verosimilmente avrebbe potuto fare ricorso, chiedere la protezione umanitaria, un permesso temporaneo che, nel suo specifico caso, si sarebbe potuto applicare posto che la legge non ha effetto retroattivo.

Ciò nonostante nulla di tutto questo è accaduto. La rappresentazione dell’epilogo si è avuta con un giovane, fragile corpo flagellato, finito sotto ad un treno, una vittima abbandonata al suo destino affranto, probabilmente l’ennesima, ma una delle tante. Qualche giorno fa, a Genova, nella basilica della Santissima Annunziata del Vastato – nel quartiere di Prè -l’ultimo saluto a Jerry: una vita spezzata, un sogno mai raggiunto, una speranza scomparsa per sempre.

Avv. Pitorri